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“Belle epoque” di Damiani, la collezione iconica di anelli con il sistema “eternal comfort”

2018

Enrica GoverniWritten by:

La collezione Belle Époque Damiani si ispira al magico periodo storico in cui euforia, ottimismo e lusso si fondono con nuove esperienze artistiche e culturali.

La caratterizzano l’oro bianco unito a diamanti, zaffiri, rubini e smeraldi enfatizzati da riquadri brillanti che esaltano i cromatismi delle pietre preziose.

Gli anelli della collezione “Belle Époque” sono cinque, e tutti dotati da un sistema di adattabilità, Eternal comfort, che grazie al movimento e alla precisione di cuscinetti interni alla corona dell’anello consente una vestibilità perfetta.

Si adattano perfettamente alle dita di ogni donna, assecondando la variazione delle loro dimensioni, dovute spesso ai cambi di stagione e agli anni che passano. E’un sistema innovativo, in grado di aumentare e diminuire il diametro fino ad un paio di taglie, mantenendo inalterato lo stile degli anelli.

Fanno parte della collezione Belle Epoque anche quattro paia di orecchini in oro bianco, in parure con gli anelli, con diamanti bianchi, black, zaffiri, rubini e smeraldi.

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ME Milan, una nuova “White Lounge Ruinart” sul “Radio Rooftop Milan

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Enrica GoverniWritten by:

Da questa estate, il ME Milan Il Duca, l’hotel della collezione ME by Meliá a Milano, rilancia  e trasforma la sua ampia terrazza , il RADIO Rooftop Milan, nella nuova White Lounge Ruinart, entrando così a far parte del circuito Ruinart Network .
Radio Rooftop Milan, al decimo piano del ME Milan Il Duca, raggiungibile con l’ascensore RADIO Express, con la sua bellissima vista sul nuovo skyline di Porta Nuova offre così una nuova “destination” in città, dove vivere “l’experience” Ruinart, la più antica Maison de Champagne, dove gli appassionati degli Champagne della Maison più antica al mondo potranno assaporare le sue Cuvée, Ruinart Blanc de Blancs, Ruinart Rosé e R de Ruinart .
Lo staff del ME Milan Il Duca, dal canto suo, saprà indicare l’etichetta ideale per degustare l’eccezionalità delle Cuvée Ruinart godendo appieno dello spirito della Maison.

di Federica John

 

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Transition: una palette di 7 colori “cool” per le nuove lenti fotocromatiche

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Enrica GoverniWritten by:

Non più solo noiose lenti trasparenti per la correzione visiva, ma una succulenta palette di 7 colorazioni Transitions®, zaffiro, ametista, ambra e Smeraldo che, unite alle tre tonalità Iconic – grigio, Caffé e verde grafite rivoluzionano il concetto degli occhiali per il viso delle donne.
Queste nuove lenti, leggerissime, chiare in partenza, ma che si scuriscono in presenza di raggi UV adattandosi ai continui cambiamenti di luminosità, donano glamour, oltre ad una visione nitida.
Transitions® inoltre ha scelto Sephora come partner, che ha creato ad hoc un make up d’effetto, la  “Color Style Guide” che, tenuto conto dei tratti somatici, si coordina con le nuance delle nuovissime lenti Style Colors Collection. Non è altro che un invito a vivere in chiave beauty la scelta della lente.

Di Federica John

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Ermanno Scervino e la capsule “Walking Glam” le nuove sneaker glitterate oro e argento

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Enrica GoverniWritten by:

In occasione della sponsorship della Nazionale di Calcio Italiana, Ermanno Scervino lancia la “Walking glam limited edition”, una capsule collection di sneaker da donna e da uomo.
Per lei la versione glamour, glitter oro e argento, per lui sportiva, in pelle bianca.
Frutto della continua innovazione  che prevede anche nuovi accostamenti di materiali la capsule Walking Glam coniuga glamour e sport,
eleganza e funzionalità. A partire da  questo mese di giugno sarà disponibile in esclusiva nei punti vendita di Ermanno Scervino di Miami, Londra, Shanghai, Firenze, Roma, Milano, Parigi e Napoli e sul sito
www.ermannoscervino.it.
Ermanno Scervino commenta: “Il vero protagonista di questa limited edition è il connubio fra glamour
e sport che si traduce in un prodotto altamente tecnico ed artigianale”

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Me Milan, il gruppo è internazionale, lo spirito Made in Italy

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Enrica GoverniWritten by:

Il bilancio del 5 stelle lusso a un anno dall’apertura nel centro di Milano

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Dopo una grandiosa ristrutturazione, con 16 milioni di dollari d’investimento, ha di recente  riaperto  in Messico il ME CABO, uno degli 8 hotel della collezione ME by Meliá, il brand più trendy del Gruppo Meliá Hotels International.
Ed è prossima l’apertura entro maggio 2016 di un altro hotel a Miami, poi ce ne saranno altre anche a Cuba, in Cina, in Afghanistan.
ME Milan, 5 stelle lusso, che fa parte dello stesso gruppo ME by Melià, è stato  aperto a Milano, in Piazza Repubblica, il 1 maggio del 2015.
Qual è la caratteristica principale di ME Milano? La presenza di 2 locali al suo interno, uno è il ristorante internazionale STK all’ammezzato, dotato di ampia vetrata, l’altro è il “Radio Bar”, sulla terrazza al decimo piano, con una vista a 360 gradi sulla città.
Re-inventato da un affiatato team di professionisti, lo studio milanese Arassociati, dall’Architetto spagnolo Alvaro Sans di Palma di Maiorca e dallo Studio Nicola Gallizia Design, ha una facciata contemporanea, e un andamento lineare di finestre su una superficie piana.
Meg-Portrait ha intervistato il direttore, Alessandro Misani.
«Me Milano è uno degli hotel più cool di Milano», afferma con orgoglio, «all’interno, si è voluto enfatizzare il design, con stili, tessuti  e arredamento Made in Italy,  che ha caratterizzato il ‘900.  Ad ogni piano  trovano posto poltrone disegnate da famosi architetti quali Giò Ponti, lo stesso Aldo Rossi, ed altri. All’interno dell’hotel abbiamo il ristorante STK, all’ammezzato, e Radio bar al decimo piano, aperto dalle 7 alle 2 del mattino, dove si può fare dal breakfast al dinner. Il Radio bar ha lo stesso format del “gemello” del ME hotel di Londra, dove c’è anche un STK. Quindi non il solito ristorante d’hotel, bensì uno dei locali più frequentati dai milanesi, e solo per il 10% dai clienti».
All’interno, l’hotel è dotato di una palestra; non c’è una spa, ma un sevizio offerto da un team altamente specializzato è a disposizione dei clienti per soddisfare qualsiasi loro esigenza come massaggi, trattamenti di bellezza, personal shopper e altro.
«La musica, in hotel, è presente 24 ore su 24 a volume anche importante, con due dee jee newyorkes che la mixano. E grande attenzione è data anche ai profumi d’ambiente», conclude Misani.

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Mercato dell’arte, da Christie’s semaforo verde

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Milo GojWritten by:

L’asta milanese del 5/6 aprile ha lanciato segnali positivi. Ma cosa c’è dietro il risultato monstre di Festa?

Un osservatore superficiale, che si limitasse a leggere le aride cifre, potrebbe dedurre che l’ultima asta milanese (e unica asta italiana per il moderno e contemporaneo del 2016) di Christie’s sia andata male: 4 lotti invenduti (o ritirati) contro il 100% di venduto del corrispondente appuntamento del 2015, che aveva realizzato un totale di aggiudicazioni superiore a 18 milioni di euro, contro i 13,6 milioni  scarsi di quest’anno.
Ma se la matematica non è un’opinione, le cifre, come diceva Enrico Cuccia a proposito delle azioni, non vanno contate, bensì pesate. Innanzitutto, considerando le opere in asta, il risultato è soddisfacente. Ogni seduta fa storia a se, non è che due aste presentino gli stessi lotti. Un confronto strettamente aritmetico rischia di essere poco significativo.
Quello che conta, è il segnale lanciato.
Diciamo le cose come stanno. In Italia da qualche anno il mercato del moderno si è spaccato in due. Da una parte il figurativo è crollato, con autori che fino a poco tempo fa erano considerati delle star e che oggi faticano a essere accettati dalle regine dell’auction, la stessa Christie’s e Sotheby’s. Basti pensare a  Mario Sironi e allo stesso Giacomo Balla. Dall’altro le avanguardie informali (in senso lato e a volte improprio, mettiamoci dentro, ad esempio, la Scuola di Piazza del Popolo che, come tutta la pop art in senso stretto è per lo più figurativa) hanno registrato exploit incredibili, che hanno tenuto alto l’interesse e il giro d’affari del settore. A fianco di maestri consolidati, che sono continuati a crescere (il sommo Lucio Fontana, Enrico Castellani) ve ne sono stati altri che hanno moltiplicato i propri prezzi in breve tempo. Primo tra tutti, Paolo Scheggi.
Lo scorso novembre, l’asta milanese di Sotheby’s aveva segnato però un rallentamento per alcuni autori che nei mesi precedenti avevano messo il turbo. Per restare a Scheggi, l’artista fiorentino scomparso a soli 30anni, nel 1971, aveva deluso. Ci si aspettava un ulteriore salto in avanti, e invece  le sue opere in asta hanno faticato molto. L’appuntamento primaverile di Christie’s rappresentava quindi un banco di prova che è stato superato da Scheggi e da altri nostri autori degli anni ’50, ’60 e ’70.

Insomma, al di là delle aride cifre, l’asta ha ridato ottimismo, mostrando che il trend di crescita continua.
A sorprendere è stato però un autore di Piazza del Popolo, Tano Festa. L’artista aveva già destato scalpore a Sotheby’s novembre 2015, quando il suo lavoro “Al livello del mare. Studio numero 2”, proposto con una stima tra 50 e 70.000 euro, era stato aggiudicato per 145.000 euro  (177.000 con  i diritti.), segnando un nuovo record per l’artista. Record polverizzato a Christie’s: “Via Veneto 2” maxi opera in legno, carta e tempera su tela del 1961 di cm. 150X180, è arrivata a 410mila euro. L’acquirente, quindi, con i diritti d’asta, ha speso 517.800 euro. Da notare che la stima andava da 60 a 90mila euro. Ma come ha fatto un artista che fino a un anno fa faticava a essere venduto a qualche decina di migliaia di euro a raggiungere questa vetta? Senz’altro Festa ha goduto di una rivisitazione critica fortemente positiva, insieme ad altri autori del pop italiano. Ma questo non basta certo a giustificare un exploit di mercato, che molti hanno visto come frutto di un movimento speculativo organizzato a tavolino. In altre parole, un’azione concertata per portare alle stelle le opere di Festa. Meg-Portrait si propone di andare a fondo su questa vicenda. Per il momento possiamo anticipare che si vocifera che a puntare pesantemente su Festa sia stato uno dei più noti operatori del settore, il cui head quarter si trova a New York, con sedi in città di tutto il mondo, Italia compresa.

 

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Il demarketing della comunicazione online

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Milo GojWritten by:

I consumatori sono inondati da email aziendali. Risultato: rifiuto e disgusto

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Che l’arrivo di internet abbia rivoluzionato anche il modo con cui le aziende comunicano con i clienti, attuali e potenziali, è un fatto ormai assodato da anni. La possibilità di raggiungere il proprio pubblico in tempi reali e a costi ridottissimi rispetto alle tradizionali spedizioni postali ha spinto numerose imprese a puntare con decisione sulle email. Purtroppo il troppo storpia e un alto numero di imprese si è fatta prendere da una sorta di autentica email mania, che ha portato a effetti controproducenti. Lo conferma “Communication crackdown (Un giro di vite sulle comunicazioni)”, una recente ricerca realizzata da Coleman Parkes Research e promossa da Ricoh Europe. Nel corso dell’indagine sono state intervistate 2.892 persone di Regno Unito, Irlanda, Francia, Germania, Spagna, Italia, Sud Africa, Svizzera, Polonia, Russia, Belgio, Turchia, Paesi Bassi, Emirati Arabi Uniti, Svezia, Danimarca, Arabia Saudita, Norvegia, Qatar, Finlandia e Kuwait. I risultati sono allarmanti: il 57% del campione è disposto a interrompere ogni tipo di rapporto con le aziende che li inondano di comunicati on line, mentre il 63% intende, per ripicca, spendere meno per acquistare i prodotti di queste aziende. Non si tratta di semplici dichiarazioni di principio. Una quota rilevante di consumatori è già passata dalle parole ai fatti: il 20% degli intervistati ha già cambiato marca, abbandonando i prodotti delle aziende internet-invasive, mentre il 10% si è addirittura rivolto a un’autorità pubblica per non essere più disturbato.

A rendere ancora più grave la situazione è il fatto che non si tratta di semplice insofferenza. Chi si lamenta sostiene di avere subito un vero danno: il 25% degli inrvistati ha affermato di non avere rispettato scadenze contrattuali, in quanto l’avviso di pagamento si è perso nel marasma delle email ricevute. Mentre il 34%, sempre a causa del marasma di web comunicati ricevuti, non è riuscito a capire il costo di un servizio proposto, che pure avrebbe potuto suscitare interesse e il 37% non si è avvalso di offerte di cui aveva diritto.

Se tutti i settori sono stati bocciati in “e-comunicazione”, due in particolare meritano il cappello d’asino. Si tratta del comparto distributivo e di quello dell’istruzione. Sempre da “Communication Crackdown” emerge che il 76% del pubblio bocci come non pertinenti le email ricevute dalle aziende del trade, mentre il 75% del campione esprime lo stesso giudizio in merito a quelle ricevuti da istituti scolastici come scuole primarie, secondarie e università.

In sostanza emerge come il mondo delle aziende, private e pubbliche non abbia ben chiari i meccanismi della comunicazione on line. Tutto questo assume rilevanza se si pensa come nel mondo del lavoro e delle decisioni d’acquisto sta per entrare la generazione del digitale, la cosiddetta Z generation. E’ l’ultima generazione individuata dai sociologi. I suoi confini anagrafici sono incerti. Per gli studiosi più rigorosi è composta da chi è nato nel nuovo millennio, per altri comprende tutti i teen agers, compresi quelli che nel 2016 compiono 19 anni. Ma se anagraficamente potrebbe avere una parziale sovrapposizione con la generazione precedente, quella dei “millenial”, nata tra l’inizio degli anni 80 e la fine del secolo, la Z in realtà ha caratteristiche che la rendono unica.

Rispetto ai cuginetti maggiori, cresciuti nei forse noiosi ma ancora relativamente pacifici e ricchi anni Novanta, gli esponenti della Z generation sono i figli dell’11 settembre e della psicosi del terrorismo. Sono quindi meno autoindulgenti e più pragmatici. Nativi digitali per eccellenza Naturalmente, i ragazzi Z sono contrassegnati dalla passione per tutto ciò che è digitale. E, cresciuti con l’IPhone, si sono plasmati sul suo linguaggio e sui nuovi stili di comportamento che da questo strumento derivano. In generale si può dire che la loro formazione risponde a due parole d’ordine connettività e interazione.

Con l’arrivo della Z generation gli errori da parte della aziende nella e communication saranno accolti con ancora maggiore severità con gravi conseguenze per le aziende. Anche se, a voler vedere il bicchiere mezzo pieno, ci si potrebbe attendere che i nativi digitali, una volta entrati nel mondo delle aziende, non potranno che aumentare l’efficacia di tutto ciò che in azienda ha a che fare con internet, email comprese.

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Gabriele Colangelo, una collezione ispirata a Christian Maychack e Elena Herzog.

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Enrica GoverniWritten by:

Lo stilista, dopo la prima sfilata di pret à porter , nel 2008, ha continuato a macinare successi di critica e di pubblico. Ecco cosa ci racconta dopo la sfilata dell’A/I 2016, a Milano Collezioni

 

In tempi non sospetti, durante un’intervista del 2009, alla domanda «cos’è per lei la moda?» Gabriele Colangelo rispose:

«Per me la moda è perseguire un sogno, senza il “sogno” non c’è creazione, ed è questo che mi prefiggo di fare tutti i giorni quando creo un capo insieme ai miei collaboratori Inoltre, seguo sempre un “filologico”: il segreto è avere una storia che ha una sua coerenza, e di portarla avanti!.

In questa frase si racchiude l’essenza stessa di Gabriele Colangelo, allora giovane stilista, eppure già talentuoso, che si affacciava al mondo della moda. Nel 2008 vince-il “Who’s next”, un concorso indetto da Vogue Italia e da “Alta Roma” che lo fa decollare, consacrandolo uno dei giovani creativi italiani più promettenti. Da li in poi ne è passata di acqua sotto i ponti….

Ecco cosa ci ha raccontato

Lei è figlio d’arte, proviene da una famiglia di pellicciai, e si vede a colpo d’occhio. Quasi in ogni suo capo, nell’A/I 2016 sono presenti pellicce, stole, pannelli di pelliccia, inserti in pelliccia. La collezione è ricca di velluti, organze, trasparenze, sovrapposizioni e pannelli asimmetrici Per i materiali pregiati e gli inusitati accostamenti è una collezione che si può definire di alto artigianato. A cosa si è ispirato?

«La collezione autunno inverno è un omaggio alla tradizione della pellicceria, pensata come espressione di alto artigianato che trae ispirazione dalle opere tridimensionali di Christian Maychack.: i movimenti ondulati sui capi alternano differenti tipi di pelliccia, emulando la geometria organica delle sue opere.
I ricami e gli jacquard evocano invece  le installazioni di Elena Herzog».

Nel 2008, anno in cui debutta sulle passerelle milanesi, ha vinto il prestigioso Premio“Who is next”. Si è sentito un predestinato? Le ha dato un ulteriore impulso?
«La vittoria del concorso ha rappresentato una tappa importante, più che altro come riconoscimento di un valore e di una potenzialità che pertanto mi sono sentito spronato a esprimere. Prima di allora ho avuto esperienza per dieci anni presso grandi aziende,al fine di maturare competenze nel settore. Ho deciso di intraprendere la strada di autore di una collezione solo quando mi sono sentito pronto per farlo».

Nel passato ha collaborato con Ittierre, Versace, Cavalli, Burani. Cosa le è rimasto di queste esperienze, e da quale ha tratto maggiore “insegnamento” e arricchimento?


«Tutte le esperienze di lavoro che ho svolto sono state per me importanti e costituiscono il mio bagaglio culturale. In Ittierre ho mosso i primi passi ed è stata per me una scuola importante, poiché sono venuto a contatto con tutta la filiera del prodotto. In Versace e Cavalli ho lavorato su collezioni di prima linea, partecipato alle prime sfilate finalmente non da spettatore. Da Burani ho vissuto l’esperienza di head designer autonomo di una collezione.Tutte esperienze bellissime lavorativamente e umanamente, di grande passione ed abnegazione».

A suo parre, in una collezione, cosa fa la “differenza”? Sono i tessuti e le lavorazioni che fanno un capo bello o le proporzioni, i volumi, e magari gli accostamenti di colore o altro?

«Nel mio lavoro la materia è fondamentale per la costruzione di una collezione. Nuove soluzioni tessili rappresentano la sfida che mi pongo, in collaborazione con le aziende -specie comasche- più rinomate. Inediti equilibri materici e metamorfosi del tessuto sono le “ossessioni” su cui quotidianamente mi applico. Accanto a questi studi c’è  sicuramente la forma, intesa come ricerca di purismo attraverso un processo di sottrazione e di conseguenza esaltazione della stessa».

C’ è ancora tanto nero in giro, non solo per la sera ma anche per il giorno. Non pensa che sia arrivato il momento di dire basta a capi total black che, obbiettivamente, possono esaltare la silhouette, ma anche appiattire la personalità di ogni donna? E ancora, non pensa che le collezioni minimaliste degli anni passati ne abbiano un po’ “mortificato” la femminilità? Cosa valorizza davvero una donna?
«Non ho mai fatto ampio uso di nero delle mie collezioni ma l’ho utilizzato solitamente solo accostandolo ad altri colori per ottenere un effetto grafico.
In realtà, bianco e grigio sono i miei colori di elezione. Personalmente preferisco una moda che esalti la femminilità, senza necessariamente scoprirla. Mi piacciono le donne consapevoli di se stesse, che si servono della moda come un linguaggio per esprimersi e non unicamente con finalità seduttive. Non credo che il minimalismo sia mortificazione, anzi esattamente il contrario, poiché lascia spazio alla personalità ed all’interpretazione personale dell’abito».

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“Respect nature”, il denim attento all’ambiente

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Written by:

Italdenim, uno tra i principali produttori del settore, lancia una nuova linea tinta con pigmenti naturali e trattati al Chitosano.

Italdenim, azienda di Inveruno, vicino a Milano, conta attualmente 150 dipendenti che lavorano in uno stabilimento di circa 40.000 metri quadri, in cui vengono svolte tutte le fasi di lavorazione del denim e dove l’attenzione nei confronti dell’ambiente è alta. E non si tratta di dichiarazioni di principio: questa sensibilità ecologisra si è concretizzata nella costruzione di un modernissimo impianto di cogenerazione che ha permesso di ridurre drasticamente le emissioni di CO2(-7milioni di kg a fine 2015), attraverso il recupero di energia termica.

L’azienda ha registrato nel 2015 un fatturato di 20 milioni di euro, realizzato per il 40% in Italia e per il 60% all’estero.

«Con Respect Nature», spiega Gigi Caccia, titolare di Italdenim, «abbiamo proposto una nuova linea che offre la possibilità di indossare un tessuto denim dalle nuance naturali, prodotto secondo i più elevati standard di eco sostenibilità, grazie alla capacità del Chitosano di svolgere una funzione di fissatore naturale del colore».

Ma cosa è il Chitosano? Si tratta di un polimero di origine organica e rinnovabile, ottenuto dalla lavorazione degli scarti alimentari dei crostacei, che consente di ridurre drasticamente sia il consumo di acqua che quello di energia e permette di abbattere l’uso di detergenti, sbiancanti e altri agenti chimici.

«Ci siamo guadagnati il certificato no- tox Green Peace. Con l’impegno Detox, Italdenim raccoglie la sfida di eliminare le sostanze pericolose dalla produzione dei jeans», continua Caccia, «grazie a questo procedimento, il tessuto grezzo può essere tinto esclusivamente con pigmenti naturali, ottenendo colori inediti, livelli di solidità, durata e brillantezza, senza l’utilizzo di agenti chimici. Ma soprattutto, si riduce a zero il consumo di acqua».
Gli estratti con cui la tela viene tinta si ottengono attraverso un processo naturale ed ecologico, facendo bollire le parti di pianta tintoria in acqua e poi filtrando il composto. «I pigmenti che conferiscono ai tessuti Respect Nature le loro particolari colorazioni sono estratti da diverse piante tintorie, come il Castagno,l’Acacia Catecù, la Robbia, il Campeggio, la Reseda e, ovviamente, l’Indaco» conclude Caccia.

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Venini, il contract con il “tailor-made”

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Enrica GoverniWritten by:

Al Fuorisalone mostra di Venini, marchio internazionale entrato di recente nel Gruppo Damiani, presso la boutique Rocca.

In bella mostra all’ultimo Fuorisalone, presso la boutique Rocca, numerosi pezzi di Venini, brand internazionale entrato di recente nel Gruppo Damiani, che ne caratterizzano la lunga storia, (l’azienda è nata nel 1921, ndr), firmati da noti designer e architetti come Carlo e Tobia Scarpa, Gae Aulenti, Tadao Ando, Alessandro Mendini, Fulvio Bianconi, Ettore Sottsass, creati dalle mani esperte di maestri vetrai.

La divisione Contract di Venini inoltre, è bene saperlo, si avvale di un team altamente qualificato che adotta già da anni la possibilità di sviluppare qualsiasi tipo di progetto “Tailor made”, come fosse un abito su misura, per ambienti di qualsiasi tipo, come lampadari anche importanti per hotel, retail, uffici, banche, location prestigiose, navi da crociera, yacht privati, luoghi di culto e residenze private.

 

 

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